Il momento migliore per andare in Buthan? A inizio ottobre, quando le valli sono piene di fiori e le nevi si ammirano lassù, lontane sulle cime, e si possono fare bellissimi trekking nell’unico Paese al mondo carbon free. Le sue foreste, che ricoprono il 70 per cento del territorio, assorbono eliminandola molta più anidride carbonica di quanta non se ne produca
I primi tre giorni di ottobre si svolgono anche le principali feste religiose (attenzione alle rotazioni annuali del calendario) un tripudio di danze con appositi costumi, maschere coloratissime e l’accompagnamento musicale dei monaci. Una gioia per gli occhi e non solo. Perché vi accorrono tutti, rigorosamente negli abiti tradizionali più belli. E si svolgono sempre dentro o fuori dai monasteri, molti enormi e bellissimi, di cui il Buthan è ricchissimo.
La grande festa a Thimpu Tsetchu
È una delle più grandi feste del Bhutan e si tiene nella capitale (Thimpu) per tre giorni a partire dal 10° giorno (tsetchu) dell’8° mese del calendario lunare.
Il Thimphu Tsechu fu istituito nel 1670 per commemorare la nascita di Guru Rinpoche, fondatore del buddismo tibetano e arrivato in Buthan portato da sua moglie trasformata in tigre volante. Lo considerano il secondo Buddha. La festa si teneva nel cortile del Tashichhodzong, il grande monastero-fortezza ma, vista l’eccezionale affluenza, ora si svolge in un grande cortile esterno attorniato da gradinate. Lo scorso ottobre erano almeno cinquemila i presenti perché questo di Thimpu è considerato uno dei più bei Tshechu del Bhutan occidentale.
I
l Tshechu vero e proprio è preceduto da giorni e notti di preghiere e rituali per invocare gli dei. È una festa religiosa e si ritiene che partecipandovi si ottengano meriti. È anche un’occasione in cui la gente si riunisce per gioire, abbigliata con gli abiti tradizionali ed eleganti. I turisti con pedule, jeans e magliette, sono davvero fuori contesto. Tutti, monaci compresi, si lasciano fotografare con gioia e divertimento.
Durante queste danze, semplici e coloratissime, vengono invocate le divinità dell’insegnamento tantrico. Grazie al loro potere e alla loro benedizione, tutte le sfortune vengono annientate e regnano pace e felicità. All’inizio il Tshechu consisteva solo in poche danze eseguite rigorosamente dai monaci. Queste erano lo Zhana chham e lo Zhana Nga chham (Danze dei 21 Cappelli Neri), il Durdag (Danza dei Signori del Luogo della Cremazione) e il Tungam chham (Danza delle Divinità Terrificanti).
Il Tshechu di Thimphu subì un cambiamento negli anni ’50, quando il terzo re introdusse diverse danze in maschera eseguite da monaci laici. Queste aggiunte portarono colore e varietà alla festa senza comprometterne il significato spirituale. Danze in maschera come il Guru Tshengye (Otto Manifestazioni del Guru) e la Shaw Shachi (Danza dei Cervi) sono apprezzate perché simili a spettacoli teatrali. Dall’alto delle gradinate i minaci accompagnano le danze e ne scandiscono i ritmi con le lunghe trombe tradizionali, cimbali e tamburi.
Altrettanto importanti sono gli Atsara, che sono più di semplici clown. Girano attorno ai danzatori distraendo il pubblico, provocando e provocandosi. Alcuni portano alla cintola (guarda caso) un grande fallo, simbolo di protezione e fertilità. Può succedere che ve lo appoggino sulla fronte… Si pensa che le danze e gli scherzi degli Atsara riescano ad ammaliare le forze del male e a impedire loro di causare danni durante il Tshechu. In una delle danze finali della mattinata però i provocatori finiscono per essere puniti e malmenati a colpi di verga. E il pubblico se la ride.
Il Tsetchu del Fuoco
Il passaggio tra due cataste di fuoco. Anche in quella butanese, come in altre culture, il fuoco è insieme prova di coraggio e purificazione dai peccati. Bisogna venire quassù a quasi 2500 metri, a Bumthang, per assistere alla festa buddista dell’anno che nel fuoco ha il suo fulcro. In un grande prato (pieno di cacche di mucca) sono state allestite due grandi e alte cataste di assi a forma di capanne. All’interno frasche secche. Altra frasche le hanno messe all’esterno. Saranno le prime a bruciare.
L’inizio è previsto alle 9. Vengono da tutta la valle e non solo, con gli abiti migliori. Con i nonni, i bambini e tutta la parentela. Il tempio è poco più in là. Dietro, le bancarelle come in qualsiasi nostra festa patronale. Tanta gente, molti turisti, ma non è lo stadio di Thimpu. È tutto più raccolto, e ruspante, semplice.
Dopo il diluvio, giornata stupenda di sole. Aria di festa. Vera, sentita, partecipata. Quando la calca si ammassa per l’inizio nello slargo davanti al monastero, più di un butanese ci cede il suo posto. Gentilissimi. Al contrario di diversi turisti francesi e anglosassoni decisi a tutti i costi a raggiungere e tenere posti in prima fila. Una corsa indecorosa.
Il primo a uscire è l’urlatore, colui che annuncia l’uscita del corteo. I monaci musicisti e salmodianti che a Thimpu stavano in alto sulle gradinate, qui seguono i danzatori col viso ricoperto dalle maschere terrificanti. Sono loro i diavoli, coloro che tentano la gente con gli abiti stravaganti e le danze e da cui tutto il popolo dovrà purificarsi. Abiti coloratissimi, meravigliosi, che risplendono ai raggi del sole di montagna. Laggiù s’intravedono le creste innevate dell’Himalaya. Meraviglia allo stato puro.
Prime danze nel cortile. Poi il corteo s’incammina verso il prato seguito dalla folla. I monaci si arrampicano sul muro di cinta per vedere meglio; qualche turista sui tettucci dei pullmini a filmare e fotografare. I monaci salmodianti e i musici, con i caratteristici cappelli arancione, si fermano più indietro e dettano il ritmo della cerimonia. I danzatori sono più avanti di venti metri. Dopo venti minuti un altarino di legno viene poggiato su una delle due cataste e viene appiccato il fuoco. È l’inizio del sabba.

La gente che finora si era assiepata a cerchio, comincia a mettersi prima in fila e poi a correre per passare in mezzo alle due cataste, alcuni con i bimbi sulle spalle. L’inizio è quasi tranquillo. Man mano che il fumo e le fiamme e quindi il calore aumentano, cresce anche il parossismo della folla. Passano attraverso le cataste gli uomini del servizio d’ordine in tuta arancione. Poi i poliziotti in divisa nera e quindi di nuovo tutti gli altri.
Divorata dal fuoco delle frasche interne, la prima catasta comincia a cedere. Poi anche la seconda, con uno schianto. La folla ondeggia, ha paura. Rallenta un po’ per capire dove finiranno le tavole infiammate. Poi il sabba riprende tra urla, risate e grida d’emozione. Quando ormai quelle che erano capanne di legno alte più di tre metri sono ridotte a un cumulo di assi annerite, la gente pian piano rifluisce verso lo spiazzo del monastero. Qui ricominciano le danze dei mostri ma anche di giovani donne che cantano, poi di uomini e quindi di ragazzi.
Al termine tantissime famiglie si ritrovano sui prati ombrosi dei boschi attorno, a consumare tutti insieme il pasto vicino al fiume ancora in piena. E a giocare con i bimbi.
(2, continua)
