Bhutan, viaggio nel Paese della Felicità che non si cerca ma si vive

0

“La felicità non si trova cercandola, ma smettendo di inseguirla”. Poche frasi raccontano il Bhutan meglio di questa. Tra monasteri arroccati sulle montagne himalayane e una cultura che mette il benessere delle persone al centro, questo Paese invita il viaggiatore a rallentare e a riscoprire ciò che conta davvero. Ecco il primo di tre servizi a puntate del nostro inviato Massimo Gagliardi

Il Buthan, oltre ad avere una popolazione buddista al 95 per cento (4% di induisti, un per cento di cristiani), è conosciuto anche come il Paese più felice al mondo. Vero o falso? Tutto comincia nel 1972. Il quarto re stabilì che la felicità dovesse contare più del Pil. Il principio fu incorporato nella costituzione nel 2008. Si può misurare la felicità? Pare di sì. Il Buthan ha elaborato un complesso meccanismo per arrivarci. Lo spiega Karma Wangdi, ricercatrice presso il Centro studi sul Buthan e la Felicità interna lorda di Thimpu, a Erika Fatland (“La vita in alto”, Felitrinelli). I quattro pilastri della felicità” sono: 

  • Uno sviluppo socioeconomico equo e sostenibile           
  • Una buona amministrazione 
  • Tutela ambientale
  • Difesa e promozione della cultura

Per misurare la felicità si testano nove settori tra cui l’istruzione, la salute, il tenore di vita, il benessere psichico, la capacità di resilienza, la cultura. “Per valutare questi nove settori – spiega Wangdi – abbiamo sviluppato centoventiquattro variabili”. “Suona complicato” commenta la Fatland (in Italia un’indagine altrettanto complessa la fa ogni anno il Sole 24 Ore con il suo rapporto sulle città).

Alla Fatland, Karma risponde: “È preciso e dettagliato ma non complicato. Una delle variabili, per esempio, riguarda l’accesso all’acqua potabile mentre per il benessere psichico abbiamo una variabile incentrata sulle conseguenze del karma. Chiediamo alle persone anche delle loro emozioni: abbiamo identificato cinque emozioni positive e chiediamo se ne hanno sperimentata una negli ultimi trenta giorni“.

L’esperta non nasconde le grandi differenze tra città e campagna, tra uomini e donne né che la disoccupazione tra i giovani sia all’8%. “Ciò non è dovuto alla mancanza di lavoro – dice – ma al rifiuto dei giovani di svolgere lavori pesanti. Al punto che tanta manodopera viene dall’India“.

Un altro fenomeno ce lo racconta la nostra guida. Televisione e internet sono arrivati nel 1999. Tardi ma con una velocissima diffusione. Il Paese si è aperto al turismo e ha preparato i giovani: autisti, guide, personale alberghiero e turistico, tutti devono sapere l’inglese. Con l’arrivo del Covid il turismo però è crollato e la disoccupazione ha colpito soprattutto i giovani istruiti e formati che hanno abbandonato il Buthan per cercare lavoro altrove. “È stato un momento difficilissimo. È intervenuto il re che ha sussidiato direttamente le famiglie e piano piano, grazie anche alla ripresa del turismo, i giovani stanno rientrando“. Ma ormai è fatta, hanno scoperto che lontano dalle montagne c’è un altro mondo, e ben altre opportunità.

Intanto la sanità è migliorata molto, è gratuita e negli ultimi decenni l’aspettativa media di vita è salita dai 50 ai settanta anni. Il Buthan, grande quanto la Svizzera, è stato il primo Paese al mondo a vietare il fumo in pubblico. Non si può fumare neanche per strada. Completamente isolato fino ai primi anni Cinquanta, non aveva scuole né ospedali. La prima banca aprì nel 1968 e lo sviluppo è stato lento e controllato.

La felicità non dipende da ciò che hai o da chi sei. Ma solo da cosa pensi

Inutile dire che i parametri della felicità dei butanesi sono diversi dai nostri. Le priorità sono altre. Per strada non ci sono  tutti gli accattoni che si vedono in India o in Nepal. “Qui, il più povero – ci dicono – non ha la tv ma un tetto sì e magari un pezzetto di terra da coltivare“. Alla fine non conta tanto, o solo, la ricchezza ma una serie di altri fattori, sottesi tutti da una forte cultura buddista.

Quello che si può dire il primo giorno dopo l’arrivo è che la gente sorride, è gentile, non ha fretta. All’arrivo ti regalano una sciarpetta con i monogrammi di buona fortuna. Il cellulare ce l’hanno anche i monaci e forse dieci anni saranno come noi. Sarà…

Intanto ci sono fiori ovunque, templi e monasteri sono tenuti benissimo, e tutte le case, anche quello che da noi sarebbero moderni condomini, rispettano lo stile tradizionale. Tutte le guide e tutti gli impiegati pubblici sono tenuti ad indossare i costumi tradizionali. Semplice attaccamento alla propria cultura o conservatorismo? Non sappiamo ma qui, ad esempio, c’è ancora la cultura del bello che non è un semplice ghirigoro ma un modo di essere. Felici. O sarà perché hanno una grande attenzione a proteggersi dal malocchio?

Lo scudo per allontanare invidie e sfortuna è il fallo. Ce ne sono di tutti i tipi, di tutti i colori, in tutte le posizioni e con tutti i dettagli, eiaculazione compresa. Sono esposti, coloratissimi, nelle vetrine dei negozi. Sono dipinti sulle facciate delle case, sono scolpiti nel legno e messi a protezione sulle porte d’ingresso. Se l’intento non fosse benefico, si potrebbe parlare di ossessione. Come nasce questo culto del fallo?

Il Santo delle cinquemila donne

Lama Drukpa Kunley, questo il suo vero nome, era un monaco buddista. Arrivò nella valle di Punakha, due ore dalla capitale del Buthan, nel quindicesimo secolo. E fece subito scalpore. Il buddismo per lui era una fede ma la declinava in maniera personalissima: beveva, beveva e faceva sesso come un forsennato. Al punto che lo soprannominarono il Divino Folle. E ancora oggi è conosciuto così.

Se il tradizionale monaco buddista praticava (e dovrebbe ancora oggi praticare) la rinuncia ai piaceri materiali, Drukpa pensava invece che per raggiungere l’illuminazione bisognasse praticare un’intensa vita sessuale. Predicava il rifiuto dell’ipocrisia e sosteneva il concetto di onestà. Tradotto: ti piace il sesso? Fallo.

E lui, evidentemente, lo faceva così bene che, con la scusa di un figlio, le donne sterili (ma poi anche quelle feconde) gli si concedevano con gioia. La leggenda gliene attribuisce appunto cinquemila. Il suo fallo era soprannominato il “Fulmine della Saggezza ardente”.

Il mito ben presto scavalcò le montagne e per tutti divenne così il Divino Folle. Nel tempio a lui dedicato, le donne sterili (e magari dovrebbe farlo i mariti) si recano ancora per chiedere la grazia. Il coniuge resta fuori dal tempio, lei si carica sulla schiena un fallo di legno scuro coi manici da sette chili, esce e fa tre giri del tempio. E spera così si restare incinta. Il tempio, risalente al Quattrocento, sta in cima a una collina da cui si gode un panorama stupendo sulla valle. Per arrivarci si attraversa un villaggio pieno di negozietti per turisti.

Qual è l’oggetto più esposto e più venduto? Il fallo. Troverete falli di legno di tutti i colori, di tutte le dimensioni, decorati con i motivi più fantasiosi. Ma ci sono anche i falli di cera, falli-candela, e i falli saponetta. Lo prendi nelle mani, gli dai una striccatina, e ti lavi le mani. E poi i falli a forma di aereo, i falli da comò e quello da esterno, fatti a maglia o di plastica.  Almeno uno dovrete portarvelo a casa…

  1. continua