E’ l’ultimo avamposto dell’arcipelago norvegese delle Lofoten. Qui tutto ricorda l’avventura del navigatore–mercante veneziano che vi approdò nel 1432, con i suoi 13 marinai superstiti. Fu lui a portare per la prima volta a Venezia, al ritorno, il merluzzo essiccato, frutto di una pratica tradizionale che ancora oggi è tutto per la comunità locale: economia, paesaggio e risorsa alimentare
Rᴓst, l’ultima delle isole Lofoten. La più spazzata dai venti, la più frastagliata, quella che sfida l’infinito. Oltre c’è solo l’isolotto di Sandᴓya, una sorta di gobba di dinosauro che spunta dal mare, ma che nel gennaio del 1431 al mercante veneziano Pietro Querini, naufrago da giorni su una scialuppa con 13 marinai superstiti del suo equipaggio, deve essere apparsa come un visione salvifica. Lui e gli altri disperati approdarono lì e furono soccorsi, dopo un’iniziale diffidenza, da alcuni abitanti del posto. Quella vicenda ha segnato, nel bene, bisogna ammetterlo, le sorti dell’isola. Il diario di Querini, che narrando di luoghi sconosciuti, è diventato una sorta di trattato di antropologia, è un pezzo prezioso della Biblioteca Apostolica Vaticana. Da quel viaggio iniziò l’importazione dello stoccafisso a Venezia. I primi pezzi di quel curioso “pesce bastone” li portò con sé Querini stesso nel suo rocambolesco viaggio di ritorno, dopo averne apprezzato la bontà nelle prodighe case dell’isola.
Rᴓst e Querini, un rapporto mai interrotto. Nell’isola già pensano a come celebrare, nel 2032, i 600 anni da quella vicenda, impressa anche nella toponomastica locale. A Querini è dedicato un parco (lo inaugurò l’Ambasciatore d’Italia in Norvegia, il padovano Giorgio Novello), il centro sportivo, il miglior ristorante dell’isola, gestito da Cecilia Pedersen. Persino uno scoglio si chiama Querini… Tutta Rᴓst, ovvero oltre 300 dei 470 abitanti della sperduta isola delle Lofoten, nel 2021 partecipò sul palcoscenico a Opera Querini, splendida rappresentazione teatral – musicale portata financo all’Arsenale di Venezia nel 2024, per due appuntamenti di cultura e di spettacolo che rimarranno memorabili.
Ciò che rende unica Rᴓst, traguardo romantico per tanti motociclisti e avventurieri, è il suo essere ancora oggi una comunità con radici forti come il granito su cui poggia. Lo si coglie anche atterrando in mezzo alla bufera, a bordo del piccolo turboelica della Wideroe che collega l’isola a Bᴓdo, passando da Leknes. Le luci tremule delle case sembrano abbarbicate a quella più protettiva del faro. Qui la gente vive di pesca da secoli, attività di origine atavica che oggi è anche simbolo di resilienza. Si rimane a Rᴓst perché la pesca, attività per gente tosta che sa sfidare il mare, dà da vivere. E anche bene, visto che qui, come nelle altre isole Lofoten, si produce lo stoccafisso più pregiato della Norvegia. Ma si rimane a Rᴓst anche perché si condividono dei valori senza tempo. Lo si nota anche nei momenti di dolore collettivo, come quando, arrivando qui all’indomani della scomparsa a quasi 100 anni di Petra, la più anziana abitante dell’isola, si notano tutte le bandiere a mezz’asta.
Rᴓst ama e celebra Querini perché incarna il mito dell’uomo che non si piega davanti alle tempeste della vita. Nell’isola si impara presto ad affrontare con coraggio ogni avversità. La cattura del merluzzo, attività che muove una flotta di una trentina di barche attrezzate come fortini galleggianti, è una riproposizione del sempiterno e combattuto rapporto fra l’uomo e il mare. Ricorda tanto Melville e Moby Dick, potente metafora dell’esistenza umana. Nei pescherecci che ogni notte di primavera, che qui è tale solo per modo di dire, lasciano gli ormeggi sicuri del porticciolo, si rinnova l’eterna sfida. I merluzzi, quelli pregiati della varietà Skrei, transitano in branchi al largo dell’isola: arrivano dal freddo mare artico di Barents e vanno incontro alla più mite Corrente del Golfo.
L’istinto li guida verso le migliori condizioni per riprodursi, per perpetuare la specie. Gli esemplari più fortunati, quelli che sfuggono ogni anno alla cattura, possono arrivare fino ai 40 anni. Sono pesci che sfiorano il metro di lunghezza e i 5 chili di peso, bellissimi da vedere. I pescatori li attendono al varco dopo averne intuito la traiettoria grazie agli ecoscandagli. L’attesa talvolta dura ore. E sanno bene, i pescatori, che non li possono catturare tutti quei pesci destinati a diventare stoccafisso. Lo vieta la legge scritta dello stato e quella etica e “morale” di chi dal mare deve trarre sostentamento oggi, come pure domani e, forse, sempre. Né più, né meno.
Arrivare a Rᴓst nei giorni della pesca è aggiungere esperienza ad esperienza. Cambia persino il paesaggio che qui è tutto scogli e rastrelliere. Distese di rastrelliere, prima vuote e poi di nuovo abbondantemente ricoperte di merluzzi di grandi dimensioni, appesi a due a due, legati per la coda (anche durante la notte, perché il lavoro durante la pesca non si può fermare mai). Rastrelliere e poi pittoresche case di legno rosse, ogni tanto di altri colori. Persino la chiesa dell’isola è legata al mare, perché la sua costruzione si deve ad un ex voto: quello di una gentildonna scampata a un naufragio. L’arrivo di ogni barca in porto dopo le copiose catture (ci sono pescherecci che possono contenere fino a 20 tonnellate di pesce) è una benedizione. Lo capiscono persino i gabbiani, che a frotte attendono di poter banchettare con i resti della prima lavorazione nelle barche.
Da quando lo stoccafisso delle Lofoten, che a Rᴓst ha uno dei luoghi di produzione di eccellenza, è diventato un’IGP, un prodotto a Indicazione Geografica Protetta (il primo riconosciuto fuori dall’Unione Europea, nel 2014), sembra accresciuto anche l’orgoglio di chi contribuisce a rinnovare con il proprio lavoro e la propria sapienza un rito antico. Per meritarsi l’IGP lo stoccafisso di quest’isola viene lavorato in più fasi e subisce tanti controlli. A Rᴓst non vogliono sfigurare. Del merluzzo sanno bene, qui, vista la fatica che costa catturarlo, che non si butta via nulla.
La parte migliore, quella essiccata al vento e al clima irriproducibile dell’isola, dopo oltre quattro mesi di esposizione nelle rastrelliere e anche a una successiva stagionatura in luogo coperto, diventa IGP. Il fegato diventa olio di fegato di merluzzo, antiossidante per eccellenza, le uova diventano caviale, le teste finiscono in altri mercati e il resto diventa farina di pesce. C’è una professione che sanno fare in pochi: il selezionatore degli stoccafissi migliori, che diventano poi il biglietto da visita di Rᴓst e della IGP Lofoten più in generale. Ci vuole occhio, ci vuole fiuto, ci vuole sensibilità al tatto e nell’isola sono pochi ad avere tutti questi talenti naturali.
A testimonianza del legame storico che Pietro Querini ha lasciato nella piccola e sperduta isola norvegese è che il Veneto resta il principale importatore di stoccafisso di classe superiore.
Il Consorzio di produttori di stoccafisso IGP ha 11 soci e ciascuno di loro è ambasciatore della propria terra in Veneto, dove le Confraternite: da quella di Sandrigo del “Bacalà alla vicentina” che ha creato la più grande festa italiana dedicata a questa pietanza che arriva dall’Artico (si tiene a metà settembre e ospita le “Giornate norvegesi”, con tanto di diplomatici o politici della terra scandinava presenti) a quella veneziana, ovvero la Dogale Confraternita del Bacalà mantecato che si sta battendo anche un riconoscimento Unesco dello stoccafisso e oragizza a Bassano la festa “Stockbridge”. Rᴓst è stata teatro di tanti scambi culturali con l’Italia, in particolare con il Veneto, che è il principale mercato di riferimento, seguito da Campania, Liguria e Calabria.
In Consiglio d’Europa è in itinere il progetto della Via Querinissima, rotta culturale che ripercorre il viaggio di Querini e coinvolge tutti i paesi europei toccati, o avvicinati per mare, lungo il periglioso viaggio fra Candia (ora Creta) e le Lofoten. Una rotta che d’inverno potrà avere come cornice più magica che esista: l’aurora boreale.
