Il culto di Kumari, la dea bambina induista del Nepal

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Bakthapur è splendida. La sua piazza rivaleggia con la Durbar Square di Kathmandu ma il suo centro storico è molto meglio conservato e più interessante di quello della capitale. È anche sito Unesco. Situata a mezz’ora d’auto da Kathmandu vale assolutamente il viaggio.

Dopo il Buthan, siamo tornati in Nepal ed è un po’ come passare dalla Svizzera all’India. Lì è tutto pulito. I fabbricati, anche quelli moderni, hanno uno stile sempre coerente; la gente è affabile e gentile, con una way of life improntata al buddismo. Lo Stato è amministrato da una dinastia “saggia ed equilibrata”. Anche in Nepal il popolo è gentile ma lo sviluppo caotico degli ultimi quarant’anni ha trasformato la valle di Kathmandu, che nell’87 girai in bicicletta con Paola che avevo appena sposata, in una enorme conurbazione. La capitale, da sola, è arrivata a cinque milioni; Thimpu, la capitale del Buthan, ne conta 170mila. I butanesi sono circa 800mila, i nepalesi 29 milioni. Il Nepal è quel posto dove si chiama pianura quella terra che arriva a 1.100 metri; la collina va da 1.100 a 3500. La montagna arriva agli ottomila dell’Everest. In Nepal ci sono otto ottomila del mondo.

I bambini nepalesi sono bilingui (nepalese e inglese) già dalla materna. Così come penso sia l’unico Paese al mondo con quattro calendari: quello neawari, il calendario reale, quello buddista e quello gregoriano. I matrimoni combinati non sono più il 70 per cento del totale ma comunque molti. Speranze di vita? Per un uomo 68 anni, per una donna 74. Redditi: un muratore prende dieci euro al giorno, un insegnante 300 al mese, un dipendente pubblico 230 euro/mese, un ingegnere 600.
Una guida prende 25 euro al giorno per 130 giorni/anno, un medico 1.200 al mese. E un ministro? “500 euro mese”. “Così poco?”. “Sì, però rubano”. Moltissimi gli emigranti negli Emirati arabi a fare i manovali o in Canada e altri Stati.

Il Nepal antico era formato da diversi piccoli regni e la sua epoca d’oro è compresa tra il Cinquecento e il Settecento. È una repubblica dal 2008 dopo che il penultimo re e altri nove membri della famiglia reale furono assassinati. Ne prese il posto il fratello ma anche quest’ultimo cedette alla Repubblica, pare sotto pressione dell’India.
Ora in Parlamento si contano almeno nove partiti ma i più grandi sono tre di cui due comunisti: uno è “comunista cinese”, un altro è “comunista russo”. Il Grande Gioco non è ancora finito. L’altro è, ovviamente, il Partito del Congresso, come quello fondato da Nehru. Insomma anche l’India vuole dire la sua.
Ma ai giovani che hanno messo a ferro e fuoco la capitale, nel settembre dell’anno scorso, quello che non va proprio giù è la corruzione dilagante, esplosa con la ricostruzione seguita al terremoto del 2015. I prezzi delle case sono saliti moltissimo. Visto da qui il Buthan sembra proprio un’isola felice. Il Nepal è induista all’80 per cento (il Buthan è buddista al 90%). Come in India, la povertà sta alla sofferenza come la vita alla morte, intrecciate in un ciclo di naturale normalità.

L’induismo conta un Creatore, Brahma; Visnu dea protettrice e Shiva, dio della creazione e della distruzione. Shiva è marito della dea Parvati (quella con otto braccia) madre a sua volta di Kumari e Ganesh. Quest’ultimo, che ha la testa d’elefante, è il dio più omaggiato dai nepalesi perché, oltre che dei viaggiatori, è il dio della buona sorte.
C’è poi Khali, dea del potere resa celebre da Salgari, e altri “33 milioni di dei” esagera ridendo la nostra guida. E tu quanti ne conosci? “60”. Figuratevi, c’è anche Pimsen, il dio degli affari cui tutti i commercianti si rivolgono ogni mattina prima di aprire bottega.
Di Buddha ne esistono invece solo tre, il Buddha del passato (Amitabha, la Luce), il Buddha del presente (Siddartha), e il Buddha del futuro (Maitreya) più Guru Rimpoche, “il secondo Buddha”. Otto discepoli assistettero all’illuminazione di Siddartha, nato a Lumbini in Nepal nel 566 avanti Cristo, e sedici furono i suoi ‘apostoli’.
Reincarnazione. Nell’induismo ci si può reincarnare fino a 84 volte, in una persona, in un animale o anche in un insetto. Se hai un buon karma il ciclo può essere anche più breve. E poi? Quando hai finito le vite?

Kumari, la Dea bambina
Si chiama Kumari, conosciuta come la dea bambina del Nepal, in realtà reincarnazione della divinità Taleju Bhawani o Durga, riconosciuta sia dai buddisti che dagli induisti. Il culto è diffuso soprattutto nella valle di Kathmandu, dove si venerano le vergini: il termine Kumari letteralmente significa proprio vergine.
L’abbiamo incontrata per caso. Un colpo di fortuna eccezionale. Trentotto anni fa io e Paola dovemmo accontentarci di vedere la muta facciata del palazzo dove viene cresciuta, formata e accudita per anni, fino all’arrivo delle mestruazioni.
Ma qui, in Durbar Square, la piazza principale di Kathmandu, oggi è festa grande. La Kumari esce pochissime volte e una grande folla di locali si è radunata per vederla.
Lei è piccolina, avrà dieci anni al massimo ed è seduta a gambe incrociate dentro un piccolo baldacchino dorato, aperto alla vista. Ha un trucco nero pesante attorno agli occhi, gote e labbra rossissime ed è tutta ricoperta d’oro, come il colore del suo baldacchino. Tutt’attorno suono di tamburi, piatti, piattini, cimbali e flauti.
L’atmosfera è febbrile, carica di tensione. Tutti la vogliono toccare, porta bene. E la folla si accalca, preme e poi ondeggia. Paola sta male, si allontana. Io proseguo nel mio video ma alla fine vengo travolto. Tutto il resto è bellezza, colore, vita.
Offerte a templi, tempietti e altarini: si accendono lumini, si lanciano fiori, si portano piattini di offerte: una piccola banana, due uova, fiori, semi.

Chi può diventare Kumari
“Non tutte le bambine possono diventare Kumari, ma solo chi presenta determinate caratteristiche e ha un’età compresa tra i 2 e i 4-5 anni. Sono 32 i criteri di perfezione che devono soddisfare: innanzitutto devono essere totalmente sane, non aver mai avuto il ciclo mestruale né aver perso alcun dente. E ancora lingua piccola, capelli neri e lisci, occhi scuri, le cosce come un cervo, le ciglia come una mucca, l’assenza di paura anche nei confronti del sangue.

Le bambine con queste caratteristiche vengono chiuse in una stanza per un’intera notte, attorniate da teste mozzate di bufali e capre, mentre uomini travestiti da demoni cercano di spaventarle. Solo chi supera la prova, rimanendo impassibile, è considerata la vera reincarnazione della dea.
La Kumari viene quindi purificata, vestita con abiti tradizionali di colore rosso, e portata al Kumari Bahal, da cui può uscire in braccio o su una portantina (mai a piedi) solo pochissime volte all’anno”.
(dal sito GreenMe)

Ai funerali non si piange
La città di Pashupatinah, nella valle di Kathmandu, è il luogo più sacro dell’induismo per le cremazioni dopo Varanasi. Portano i morti anche dall’India. L’area delle cremazioni è un vasto complesso di templi e fabbricati di vario uso sorto attorno al fiume Baghvati, che qui svolge la stessa funzione del Gange a Benares (oggi Varanasi). Molto più piccolo del Gange, la sua acqua è considerata ugualmente benedetta. All’area, come nelle piazze storiche, si accede con un biglietto che si fa all’ingresso. Per vedere le piazze di Kathmandu o Bakhtapur servono dieci dollari. A Pashupatinah un po’ meno. Il che mi sembra giusto (dovremmo fare altrettanto nelle città italiane dove i centri storici sono veri e propri musei a cielo aperto).
La strada sterrata che conduce al fiume è piena di venditori di souvenirs e di lebbrosi che chiedono l’elemosina. È un’umanità misera e dolente di storpi e reietti che mostrano mani mozzate e dita deformate dalle lebbra; moncherini e tibie scarnificate fino all’osso dalla malattia. Se ne stanno lì in silenzio, ad aspettare che qualche rupia cada ai loro piedi, quando li hanno.
Sul lato sinistro del fiume c’è una serie di tempietti risalenti al Settecento ma potrebbero avere anche mille anni, qui tutto sembra senza tempo. Davanti a noi l’area delle cremazioni; due pire ardono nel silenzio.
Attraversiamo il fiume su un ponticello che porta nella più vasta area dei templi dove spicca quello dedicato a Shiva, qui rappresentato da un enorme toro dorato al centro del cortile. Una piccola processione di donne con il sari rosso porta cesti pieni di stoppini che andranno ad accendere per le lampade votive. Sotto un portichetto due bramini recitano litanie per il loro gruppo di fedeli venuti qui dall’India. Poco più avanti un altro bramino recita formule davanti a due sposi e impetra la grazia per i due giovani davanti al lingam (fallo) di pietra posto al centro di una grande pietra circolare che ricorda una vagina. È un universo dove credenze e preghiere sono un tutt’uno con i turisti, i curiosi e i poliziotti. E proprio loro ci annunciano la prossima cremazione di un commilitone.

La prassi prevede che quando una persona è malata terminale venga trasferita poco prima di morire dall’ospedale all’hospice davanti al fiume (anche nella Bologna medievale c’era l’ospedale della Vita e quello della Morte). Che si tratti di ore o di giorni, dopo la morte il corpo viene avvolto in un lenzuolo bianco (tipo mummia) e adagiato su una lettiga di bambù. Amici e parenti lo portano vicino al Baghvati, a dieci metri dall’uscita dell’hospice, e lo calano delicatamente sulle gradinate in modo da bagnargli i piedi nell’acqua benedetta. Lo si ritira su, gli si scopre il volto e sulla bocca si fanno cadere gocce d’acqua del fiume.
La salma a questo punto viene ritirata su e, accompagnata da un piccolo corteo di una ventina di persone, portata più in là dove si possono accendere le pire delle persone comuni. Apre il piccolo corteo il becchino, vestito di bianco (colore del lutto per gli induisti) che soffia e suona in una grande conchiglia per annunciare l’arrivo della salma.
La pira è già pronta. Dalla lettiga la salma viene trasferita sulla catasta di legna allestita sotto una tettoia. Ne servono circa 200 chili.
La gente rimasta è molto poca, una decina di persone. Qualcuno di loro filma col telefonino. Una donna, forse la moglie, segue il rito, immobile davanti al feretro.
Non ci sono pianti, non c’è commozione. Per noi, cristiani occidentali, è la cosa che colpisce di più. Abbiano ancora nelle orecchie le urla, i pianti e lo strazio dei funerali nel nostro Meridione fino a qualche decennio fa. Le vedove si tiravano gli schiaffi da sole e si strappavano i capelli, le prefiche venivano pagate per piangere il morto. Qui, niente di tutto questo.
Il becchino comincia a sistemare altri grossi pezzi di legno accanto al cadavere, carta di riso, due pezzi di sandalo per dare profumo, poi copre la salma con altri grossi ceppi. Infine listarelle di legno più sottili e paglia. Paglia anche tutt’attorno dove vengono sistemate pure collane di fiori arancione, i tagete.
Quando muore il padre, dà fuoco alla pira il primo figlio; se muore la madre tocca all’ultimo figlio. Fino a dieci anni fa le figlie femmine non avevano questo privilegio e semmai si chiamava un bramino. Bambini, poveri e donne incinte vengono seppelliti invece in terra.
La fiamma viene accesa prima in alto, vicino al viso. Poi il figlio lascia fare al becchino e si accende il fuoco in basso. Prima basse, poi più alte, le fiamme divorano il legno secco abbastanza velocemente. Tutt’attorno è silenzio. Non ci sono lacrime né occhi arrossati dal pianto.
La morte, per gli induisti, sembra ed è parte di un ciclo naturale che vedrà il defunto reincarnarsi in un’altra persona, in un animale o anche in un insetto fino a 84 volte. Se hai un buon kharma (se ti sei comportato bene) quel numero si riduce e puoi finalmente riposare in pace e andare in una specie di paradiso, il devaloka, luogo di luce e bontà eterna abitato dagli dei. Ma la credenza può cambiare a seconda delle diverse sette.
Il fuoco intanto ha bruciato la catasta di legna.  Prima ancora che tutto sia cenere, un secondo inserviente spinge tizzoni ardenti e ceneri direttamente nel fiume. In tre ore è tutto finito.
Una cremazione costa 12mila rupie, circa 70 euro. Se la famiglia è povera si attinge a un fondo comunitario dove tutti versano ogni anno una piccola quota. Oppure una famiglia più ricca paga il funerale per quella più povera.
Gli induisti celebrano anche l’anniversario della morte. Lo fanno a casa, dove chiamano un bramino, preparando offerte di frutta, riso, fiori e farina. Piccoli omaggi di un mondo povero ma ancora in grande sintonia con l’universo.