Il tramezzino compie cento anni: nato come alternativa al toast americano, è diventato un formato gastronomico universale. Un secolo di evoluzioni tra identità, creatività e gusto
Cent’anni dopo la sua nascita, il tramezzino resta uno dei prodotti gastronomici più riconoscibili e trasversali della cucina italiana. Nato al Caffè Mulassano di Torino nel 1926, sotto i portici di piazza Castello, il tramezzino ha attraversato epoche, mode e confini mantenendo intatta la propria forza: semplicità formale, versatilità assoluta, capacità di adattarsi ai contesti più diversi senza perdere identità. Nel 2026 questo piccolo sandwich celebra il suo primo secolo di vita, offrendo l’occasione per riflettere su come un’idea apparentemente elementare sia diventata patrimonio collettivo.
Il tramezzino nasce come risposta a un’esigenza precisa: superare i limiti del toast americano, allora molto diffuso, e adattarlo a un gusto più articolato. Il pane caldo, seppur apprezzato, riduceva la varietà degli ingredienti utilizzabili; il pane morbido, invece, consentiva un ventaglio più ampio di farciture, valorizzando prodotti locali e accostamenti più raffinati. È in questa intuizione che prende forma un nuovo modo di intendere lo snack, non più semplice riempitivo ma elemento gastronomico vero e proprio.
La struttura del tramezzino è parte integrante del suo successo: pane soffice, senza crosta, dalla maglia glutinica compatta ma leggera, pensato per accogliere ripieni anche complessi senza perdere equilibrio. Fin dagli esordi, le farciture dialogano con il territorio piemontese, includendo ingredienti fortemente identitari come la bagna cauda o il tartufo, ma lasciando spazio a continue reinterpretazioni. Il nome stesso, coniato da Gabriele D’Annunzio, contribuisce a fissarne l’immagine nell’immaginario collettivo, collocandolo immediatamente dentro una dimensione culturale oltre che culinaria.
Nel corso di un secolo il tramezzino è diventato un formato universale. Dall’aperitivo informale al catering, dai bar storici alle tavole contemporanee, ha dimostrato una capacità rara di adattarsi a contesti diversi senza snaturarsi. È un prodotto che ha anticipato concetti oggi centrali nel food: rapidità, personalizzazione, stagionalità degli ingredienti, equilibrio tra gusto e funzione. In questo senso, il tramezzino può essere letto come uno dei primi esempi italiani di “fast food intelligente”, capace di coniugare velocità e qualità.
Il centenario del 2026 viene celebrato non come semplice ricorrenza, ma come momento di rilettura. Tre nuove interpretazioni, firmate da chef stellati, raccontano il tramezzino attraverso chiavi contemporanee, ciascuna ispirata a una figura simbolica della sua storia. Non esercizi di stile, ma riflessioni sul concetto stesso di farcitura, sulla relazione tra pane e ripieno, sulla possibilità di mantenere riconoscibile una forma pur rinnovandone il contenuto. Le presentazioni, distribuite tra aprile e giugno, segnano idealmente un percorso che collega passato e presente.
Accanto alla dimensione gastronomica, il tramezzino diventa anche oggetto di memoria e racconto. Un ritratto dedicato alla sua ideatrice restituisce visibilità a una figura femminile spesso rimasta sullo sfondo, mentre incontri pubblici e momenti di approfondimento ricostruiscono il contesto storico e culturale in cui questa invenzione ha preso forma, tra ritorni dall’America, nuove abitudini di consumo e trasformazioni urbane.
Il centenario guarda però anche al futuro. Il coinvolgimento degli studenti dell’Istituto Alberghiero di Torino apre una riflessione sul tramezzino come spazio creativo: un formato che invita alla sperimentazione, che chiede di essere reinterpretato senza perdere coerenza. Ai giovani viene chiesto di confrontarsi con il valore identitario del cibo, con la responsabilità di innovare partendo da una tradizione solida, mettendo in dialogo memoria e visione.
A cento anni dalla sua invenzione, il tramezzino continua a funzionare perché non è mai stato un oggetto rigido. È una grammatica aperta, un contenitore di gusto che racconta come la cucina italiana sappia trasformare l’essenziale in cultura. Ed è forse proprio questa sua natura, discreta ma persistente, ad avergli permesso di attraversare un secolo restando sorprendentemente attuale.
